ITINERARI D’ASCOLTO 2010 – Presentazione

ITINERARI D'ASCOLTO 2010

I musicisti come i pittori al contrario dei poeti non hanno bisogno di traduzioni. A qualunque latitudine essi già sono. Con i suoni e con la luce.
I suoni inoltre hanno origini antiche risalenti ai miti.
Per Lévi-Strauss infatti la forma “fuga” o la forma “sonata” prima di nascere in musica esistevano già nei miti. Modi di pensare caduti in disuso per quanto riguarda l’espressione del reale, ma sempre presenti nell’inconscio, cercano un impiego nuovo. Non articolano più significati, ma suoni.
E dal loro antico uso, i suoni in tal modo articolati acquistano un significato per noi. L’idea dell’universo ha affascinato l’uomo da sempre.
Lo sforzo di organizzare e chiarire i fenomeni celesti tra loro e in rapporto con la propria esistenza lo ha indotto a conciliare dati diversi in concezioni cosmografiche dove terra e cielo s’incontrano attraverso proporzioni, distanze, armonie planetarie, cicli, congiunzioni, trigoni, ricorrenze, quadrature, scale e intervalli in un’autentica passione per la misura e il numero.
Ancora prima della scrittura si trattava già di un linguaggio tecnico, di sintesi metriche indispensabili per conservare quei dati fondamentali che lo mettevano in comunicazione con il “cielo” e che sarebbero stati tramandati in forma di mito.
L’arte e la scienza cercano entrambe per strade diverse di dominare il tempo, di governare il destino. E la musica dalle origini così remote passata attraverso chissà quante metamorfosi s’intreccia anch’essa con la storia del mondo. Quante volte nell’intimità delle nostre esistenze individuali al seguito di una melodia o al semplice succedersi di pochi suoni ci siamo trovati alla deriva come un’onda sotto un cielo di giada a scalare generazioni intere di incantesimi fino al palpito che ci ha concesso il primo chiaro di luna? Occorre tutta la Storia per consentire queste esplorazioni dell’anima lungo il pendio che ci fa precipitare fuori dal tempo.
L’ordine rigoroso di natura matematica ripetibile in teoria senza variazioni fanno della musica la seconda lingua dell’uomo.
Chiunque pur non essendo musicista è in grado di riconoscere il tema di una musica popolare di una sinfonia, di un’aria d’opera o di una canzone. Può attribuirla al suo autore, ad un popolo ad una nazione, può riconoscere l’interprete, può riprodurla cantandola, fischiarla, stonarla perfino
mantenendo però dentro di sé la memoria di come suona e quali emozioni gli dona.
La musica di ieri di oggi e di sempre.
La musica ha tante anime, possiamo immaginarle infinite elaborare tutte un universo che rimesta il sangue e spinge flussi di immagini, di istinti e di sensazioni dal fondo di vite precedenti, di generazioni planetarie. Per distrarre l’uomo dall’illusione di credersi onnipotente o per consolarlo dall’aver perduto l’amore di un volto che non gli sorride più lo accorda al corso delle stelle, alla pace metafisica dell’abbandono in un cielo che altrimenti lo esclude.
La musica come tutta l’arte ci mette in contatto con l’innocenza e la sottile malizia della creazione, con una serie di atti dal sapore liturgico utili all’uomo per celebrare miti di tempi remoti, al pari della religione dove altri “sacerdoti” officiano riti di confessioni recenti.
Gli antichi modi di pensare che la musica restituisce come suoni ci toccano perché ci parlano di una origine che ci accomuna. Ricongiungono la fine al principio, precedono la possibilità di una resurrezione sulla transitorietà della vita. Nonostante tutto quello che su questo pianeta ci divide la musica accomuna ogni singola persona nella ricerca di un’armonia, di una coscienza cosmica dove tutto torna a ciò da cui è nato come il cuore che pensa e soffre e gioisce fino a spezzarsi in quei frammenti che la musica instancabile sempre ricompone.

Gianfranco Leli

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